Intervista sul terremoto

Pubblicato: 17 gennaio, 2010 in Senza Categoria

Ho sempre pensato che il mio futuro sarebbe stato all’Aquila, e non è un terremoto che cambierà i miei progetti“. Esordisce così Mauro Pettinaro, venticinquenne studente del corso di laurea in Scienze della prevenzione e rappresentante degli studenti al Senato Accademico dell’Università dell’Aquila. A otto mesi dal terremoto, ha molta voglia di raccontare.

Vivo a L’Aquila dal 2003, quando mi sono trasferito da Teramo per iniziare l’università. Gioco a ping pong nella squadra cittadina, rimanevo durante il fine settimana, vivevo in una casa di mia proprietà, che il terremoto ha lievemente danneggiato, è stata classificata nella categoria B. Io mi sento aquilano a tutti gli affetti: era così prima del 6 aprile, ed è così adesso. Purtroppo, però, dopo il terremoto mi sono sentito uno sfollato “di serie B”. Ho riscontrato in alcuni aquilani una sorta di auto-ghettizzazione. Prima gli studenti erano considerati una potenziale ricchezza, e più spesso un fastidio per i rumori notturni, soprattutto nel centro storico. Dopo, alcuni cittadini hanno rimarcato la loro “aquilanità” come un qualcosa di esclusivo, si sono comportati come se il dolore e la paura appartenessero soltanto a loro e noi non dovessimo intrometterci. Non hanno considerato che gli studenti possono aiutare la ricostruzione e la rinascita economica e che, comunque, il terremoto ha colpito duramente anche noi“.

Si sfoga, Mauro, gli fa rabbia pensare che la sua vita non possa più essere la stessa degli ultimi sei anni. Subito, però, recupera i panni del rappresentante, e snocciola i dati ufficiali. “Prima del 6 aprile gli iscritti all’ateneo aquilano erano 27 mila, di cui 12 mila fuorisede. Il nuovo anno accademico è iniziato con 16 mila iscritti, fra i quali ci sono, dai dati non ufficiali, 6-7 mila fuorisede. Attualmente il problema maggiore per i ragazzi è quello degli alloggi. L’associazione studentesca Udu (Unione degli Universitari) prima, e l’Università stessa successivamente, hanno chiesto alla Guardia di Finanza di mettere a disposizione la caserma dove a luglio scorso si è svolto il G8. Il prefetto ha negato l’autorizzazione, offrendo quelle stanze come ricovero momentaneo per gli sfollati in attesa di una sistemazione definitiva tramite il piano C.A.S.E. Attualmente vivono ancora nella caserma della Guardia di Finanza un centinaio di sfollati, e ci sarebbe posto per gli studenti, ma manca la volontà, perché c’è il timore che l’istituzione militare perda prestigio e valore, e perché secondo il prefetto sarebbe difficile la coabitazione tra ragazzi e militari. Al momento gli unici alloggi pubblici offerti agli studenti sono la Reiss Romoli, che ha una disponibilità di 200 posti letto, a cui si accede tramite regolare graduatoria dell’Azienda per il diritto agli studi, basata su reddito e merito. Esiste un’altra struttura costruita con i finanziamenti della regione Lombardia su terreni di proprietà della Curia aquilana. La regione Abruzzo, che doveva occuparsene, ha ceduto la gestione alla stessa Curia. L’edificio ospita oggi 128 studenti, ma non c’è stato nessun bando pubblico per l’ammissione, quindi non si conoscono i criteri di accesso“.

Difficile, parlando di alloggi, non pensare alla triste definizione di quei giorni, “il terremoto degli studenti”. In 8 sono morti sotto la Casa dello Studente, altri 44 nelle case che avevano in affitto. In totale 52 iscritti all’Università dell’Aquila sono rimasti vittime dell’inefficienza dei costruttori. Il mercato degli affitti portava alla città una ricchezza notevole. Mauro chiarisce qual è la situazione attuale. “Le poche case disponibili hanno un prezzo che supera del 50% quello dello scorso anno. Prima per una camera singola si pagava al massimo 230 euro in centro storico, una zona tipicamente più costosa. Ora le stanze partono da 250 euro, anche in luoghi periferici e poco comodi per gli spostamenti. Personalmente ritengo si tratti di sciacallaggio da parte di coloro che, anche in una situazione ancora di emergenza, tentano di arricchirsi a danno degli studenti che hanno bisogno di un appoggio e accettano di pagare. Noi rappresentanti abbiamo denunciato il rincaro degli affitti, ma poco è stato fatto. Ad agosto 4000 studenti hanno risposto al censimento organizzato dalla Protezione Civile e dal Comune per quantificare le richieste di case, ma ad oggi non c’è stata nessuna risposta“.

Il “terremoto degli studenti” ha colpito, duramente, la popolazione dei fuorisede aquilani. I più fortunati, o i più veloci, sono riusciti a mettersi in salvo, magari feriti e senza più alcun oggetto personale, ma vivi. Alcuni hanno ricevuto un risarcimento, altri, sprovvisti di regolare contratto d’affitto, semplicemente per la burocrazia non esistono “Gli studenti che occupavano una casa con contratto hanno avuto un assegno mensile di 100 euro fino alla fine del contratto stesso, tramite un fondo chiamato CAS, Contributo Autonomo Sistemazione. È noto però che non tutti gli affittuari di case accettano di registrare regolarmente i compensi percepiti dagli studenti, così i ragazzi con una casa “in nero” non hanno ricevuto nulla. Inoltre 100 euro al mese sono poche per coloro che hanno riportato danni fisici consistenti, e hanno bisogno di medicinali o visite mediche continue“. Poco importa, alle istituzioni, se certe ferite non si chiuderanno mai. Non hai un contratto, non esisti, non hai diritto a niente.

Certamente lo Stato sta facendo qualcosa per l’Università dell’Aquila. “Attualmente è in corso un progetto denominato NIAF, un accordo con alcune università americane per favorire scambi culturali di 4-6 mesi per gli studenti aquilani. Ad agosto 42 ragazzi di Lettere sono partiti per il Nevada. Ora stiamo cercando di far partire quelli di Medicina e Ingegneria tramite convenzioni con il MIT (Massachussets Institute of Technology) e l’università di Harvard. Il mese scorso una delegazione di rappresentanti aquilani è stata a Boston per parlare della situazione e organizzare una raccolta fondi tuttora in corso a favore dell’università che mira a coinvolgere soprattutto imprenditori e commercianti di origine italiana. Inoltre, l’Università ha stipulato con il Ministero dell’Istruzione un accordo diluito in tre anni. Normalmente gli Atenei italiani hanno a disposizione un Fondo Finanziamento Ordinario (FFO) che possono gestire come meglio credono per le proprie spese, ma che non devono superare. Per i prossimi anni l’Università de L’Aquila non sarà soggetta a questi limiti, ma potrà spendere quanto necessario. Inoltre il Ministero ha stanziato 70 milioni di euro per la ricostruzione o la riparazione delle sedi universitarie danneggiate“. Automatico, a questo punto, chiedersi cosa stia facendo l’Università per risollevare se stessa. “L’ateneo, nella persona del Rettore Di Orio, ha dimostrato grande coraggio, perché sin da pochi giorni dopo il terremoto ha riaperto la struttura di Coppito1 per riprendere il più in fretta possibile le attività e favorire il contatto diretto con gli studenti. Io personalmente mi sono laureato il 21 aprile, data fissata da tempo, e rispettata nonostante le difficoltà oggettive. Da maggio a luglio l’università si è dislocata in tutta la regione, mentre noi rappresentanti degli studenti avevamo proposto di interrompere l’attività didattica e le lezioni frontali per cercare soluzioni valide alla ripresa del nuovo anno accademico. Personalmente penso che si sia perso tempo nel cercare di tamponare l’emergenza, e ci si sia resi conto troppo tardi del fatto che il problema più importante erano gli alloggi: non si può pensare di riportare i ragazzi a L’Aquila, se non hanno possibilità di viverci. Immagino che i 16 mila iscritti saranno sempre meno nei prossimi anni: il numero delle matricole è crollato del 50 % rispetto agli anni scorsi, e c’è da considerare il fatto che non tutti sono rimasti unicamente per affetto verso la città. La maggior parte non s’è allontanata per comodità, per non rischiare di cambiare sede e dover integrare troppi esami, o perché era quasi alla fine del percorso universitario. Mi dispiace vedere che l’istituzione universitaria sia poco considerata dalla città e dalla Protezione Civile“. A questo punto, qualcosa non torna. Perché, se la ricchezza dell’Aquila si fondava in larga parte sugli studenti, che affittavano case e spendevano nei locali del centro storico, ora la stessa città, piegata e bisognosa di ripartire, non dovrebbe considerare gli universitari? “Ho ragionato su questo, e credo che dipenda dal fatto che, se prima l’economia cittadina dipendeva in larga parte dalla ricchezza portata dagli studenti, non solo tramite gli affitti, ma anche attraverso i consumi o la frequentazione dei locali, ora si basa sull’edilizia. A mio giudizio fra dieci, o quindici anni, quando non ci sarà più l’attenzione internazionale, quando le ricostruzioni saranno terminate e non ci saranno più operai o “estranei” in città, L’Aquila rischia di morire se non cura l’istituzione universitaria. Venuto meno l’appiglio economico, sparirà anche la ricchezza“.

Questo è il racconto di uno dei tanti studenti, che riveste anche un ruolo di rappresentanza. Certamente i punti di vista sono diversi, ma quel che è certo è che circola una gran voglia di ricominciare e di tornare alla vita precedente al 6 aprile, memori di ciò che è successo, e tentando di non commettere mai più gli stessi errori.

Francesca Rapposelli

Annunci

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...